Da bambina mi interrogavo su due domande essenziali: chi e cosa dava davvero valore ai soldi? E chi aveva stabilito dove finisse uno Stato e ne cominciasse un altro? Domande innocenti di una bambina come tante, i primi “perché” di una mente che cominciava a interrogarsi sul mondo.
Mia madre provava a rispondere con parole semplici, ma sempre profonde e oneste; mio padre mi parlava di geografia: mi insegnavano – a modo loro e differentemente – a guardare gli spazi al di là dei confini, senza ridurli a linee su una mappa.
Credo di aver avuto la fortuna di sentire punti di vista privi di giudizio: così ho imparato ad accogliere la “diversità” – molto spesso spontaneamente perché non vista come tale – e le divergenze di pensiero, anche quando molto lontane dalle mie.
Oggi rifletto su quelle domande e sull’attualità che la mia generazione e la nostra società stanno vivendo, con uno sguardo diverso, non ancora così disilluso, come si penserebbe.
Siamo sempre più assuefatti e rassegnati ai conflitti che continuano a perpetrarsi negli anni, e a quelli nuovi che esplodono in modo rapido e cruento, così rapido che molti di noi non se ne accorgono nemmeno. Tutta questa violenza ci coglie impreparati, o peggio, indifferenti.
Normalizziamo la spettacolarizzazione della violenza nelle sue diverse forme, attraverso i media contemporanei, i social e i telegiornali. Gettiamo sentenze, e i titoli dei giornali e dei servizi televisivi decidono bruscamente chi è meritevole di giustizia e chi no, dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese.
Da bambina immaginavo un’unica umanità, che viveva senza conoscere la parola “confine”, senza conoscere nemmeno la parola “civiltà”. Utopico ma funzionale: pensare oltre i confini, al rispetto per l’altro non per l’appartenenza a un “altro Paese”, ma per il semplice fatto che esiste; al rispetto dei territori, non per bloccare la conquista, ma per abitare nel mondo in modo coeso e non distruttivo. Costruire un punto di vista critico che non sia una lettura o un ascolto frettoloso delle tematiche odierne, ma un’analisi profonda di ciò che ci circonda, richiede impegno. L’auspicio è quello di puntare a un’informazione globale più giusta, più equa. Questo sarebbe il primo passo per capire chi siamo, chi siamo stati, cosa potremmo diventare, per dare alle nuove generazioni una narrazione quanto meno più onesta possibile.
Affacciarsi al mondo del sociale significa comprendere la complessità e la difficoltà di chi si mette in prima linea per aiutare chi è oppresso e chi è ai margini. Ma il lavoro più grande è “interrogarsi” su chi opprime, e lavorare affinché quei margini non esistano più.
In questo, il Terzo Settore ha una responsabilità cruciale: costruire dove altri distruggono. Non solo rispondere all’emergenza, ma agire sulle cause strutturali dell’ingiustizia, promuovere un’informazione più umana e creare spazi di consapevolezza.
Silvia Baraldo – Responsabile Area Comunicazione Fondazione Città Solidale ETS
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