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Alcune iniziative regalano emozioni fortissime e nel contempo consentono di sviluppare nuove idee, relazioni ed energie per continuare il proprio percorso personale e umano. Il premio “Città Solidale” che mi è stato riconosciuto, insieme ad altre straordinarie persone, dalla Fondazione Città Solidale di Catanzaro è tutto questo e anche di più. È la bellezza di ritrovarmi dentro una comunità resistente e accogliente, che guarda ai poveri non con disprezzo ma amore, che non considera il disagio una condanna ma un punto di partenza e le persone sfruttate sul lavoro o vittime di qualunque forma di dipendenza e violenza come dei fratelli e delle sorelle da ascoltare e con le quali camminare ogni giorno, senza giudicarle ma solo entrando dentro le loro domande, sempre complesse e originali, sapendo che esse sono ferite da riconoscere e coltivare, mai da negare, nascondere o condannare. Questo per me è stato il premio “Città Solidale”, cioè un’occasione fondamentale per non perdere la fiducia e la speranza nell’umanità, soprattutto in questi anni di guerre, genocidi, espulsioni di massa, bugie e prepotenze, per riannodare le fila di un discorso includente, capace di tenere insieme e non di escludere le persone, soprattutto quando queste ultime, spesso per volontà non loro, sono precipitate in stati psicologici, sociali o economici precari o violenti.
La presenza di tante persone ad ascoltare le nostre relazioni indicava un senso di comunità che andava oltre gli inviti formali. Lo dimostravano anche gli assensi delle personalità istituzionali presenti alle riflessioni che ognuno di noi ha potuto fare in una sala sempre attenta. Non è infatti facile vedere un Prefetto che sorride e annuisce quando si afferma che lo sfruttamento è ancora una piaga sistemica e che non può essere sconfitto solo con attività investigative e repressive ma che servono forme di accoglienza, anche istituzionale, più avanzate, in grado anche di denunciare, con coraggio e caparbietà, delle leggi e procedure che anziché includere escludono, che non garantiscono diritti ma precarietà e fragilità. Lo stesso vale per il Questore che con la sua riflessione sposava le considerazioni brillanti e puntuali di Giulia Blasi sulla violenza organizzata e patriarcale scaricata sulle donne. Mi sembrava di rivivere l’emozione creativa di quanto mi ritrovo in assemblee autorganizzate dai braccianti di origine immigrata, in cui il sorriso prevale sull’odio, l’accoglienza su quelle logiche securitarie che sono sinonimo di esclusione e discriminazione, dove si parla di diritti e giustizia sociale e non di profitti e discriminazione di Stato. Il premio “Città Solidale” è stato dunque un dono e nel contempo un impegno collettivo volto a continuare il cammino, la lotta, lo studio, evitando l’autoreferenzialità egoica di chi vuole salvare ma restando dentro lo straordinario insegnamento di Paulo Freire secondo il quale ci si libera solo insieme.
Nel mio percorso ho incontrato centinaia di donne e uomini che recuperando la speranza sono tornati a nascere, cioè si sono affrancati, per merito esclusivamente loro, dalle catene dello sfruttamento, del padronato e del caporalato, dalla violenza, dal razzismo e dal ricatto. Sono persone, che alcuni in modo sprezzante chiamano clandestini o criminali, che hanno conosciuto l’inferno in questo Paese ma non si sono arresi ad esso. Lo hanno invece attraversato, portando sul corpo e nella loro psiche cicatrici e ferite probabilmente incancellabili. Eppure hanno saputo coltivato la fiducia negli altri, nel futuro e in se stessi, fino a uscire da un pantano fatto di prepotenze e di soprusi, a volte pianificati e organizzati da criminali, mafiosi e padroni al solo scopo di diventare più ricchi e potenti.
Portare questa mia esperienza a Catanzaro e socializzarla con amici e amiche che in quel territorio da anni si impegnano perché più nessuno/a possa essere sfruttato, impoverito o violentato, mi ha permesso di rinnovare il mio impegno, di non considerarmi più quasi l’ultimo di una specie ma solo uno dei tanti di una comunità di persone che rifiutano l’odio, la prepotenza, la sopravvivenza, per coltivare la democrazia e il benessere collettivo. Persone in cammino, una flottiglia sulla terra che fa di Catanzaro un punto di riferimento, un ricordo che guarda al futuro, la prova che non stiamo perdendo la nostra umanità o che comunque possiamo ancora riscattarci.
Non è poco. È un atto di resistenza politica che assume un carattere rigeneratore in questa società irretita da logiche di dominio e prepotenza, governata da una elite che nasconde se stessa dietro una apparente tecnicalità che altro non è se non lo stratagemma per distanziarsi ulteriormente dalle classi popolari e governarle mediante il luccichio abbagliante delle nuove tecnologie, dei linguaggi semplificati che innestano odio nei confronti di chi viene per chiedere un pezzo di pane, un lavoro e un po’ di democrazia.
Danilo Dolci, straordinario attivista per i diritti e della lotta nonviolenta, amava affermare che “lo sviluppo non è veramente sviluppo se non matura e valorizza pienamente ogni singola creatura”. È questa forse la sintesi perfetta del premio che ho avuto l’onore di ricevere insieme a una valanga di emozioni straordinariamente belle di cui tutti i partecipanti mi hanno fatto immeritatamente dono. Non lasciare indietro le persone è il segreto della civiltà, occuparsi di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, di chi non ha un lavoro o viene sfruttato e mobbizzato, di coloro che, donne, uomini, bambini, trans ecc, precipitano nel vortice della violenza e delle tossicodipendenze e che alcuni vorrebbero trasferire, soprattutto se provengono da altri paesi, come sacchi della spazzatura, nelle pessime carceri italiane. Un modo vigliacco per lavarsi la coscienza, per evitare di affrontare il problema nascondendolo dentro una cella, sotto lo sguardo diretto di un’amministrazione carceraria anch’essa impoverita e sempre più militarizzata.
Al premio “Città Solidale”, a tutte gli amici e alle amiche incontrati e alla relativa fondazione auguro, dunque, non solo lungo impegno ma di non smarrire mai la gioia che si prova nello stare accanto al disagio, a dare a questo un nome e una strada, a non considera mai la marginalità uno spazio statico, quasi una galera, ma un terreno fertile, come insegnava bell hooks, pseudonimo di Gloria Jean Watkins, da coltivare per produrre diritti, democrazia e libertà. Per bell hooks razzismo e sessismo sono due facce di una stessa cultura patriarcale, che si esprime mediante le logiche, gli interessi e le pratiche sociali dell’abuso, del potere inteso come dominio, del desiderio incastrato dentro logiche binarie, da vecchio regime sessuale. Abbiamo bisogno di un rinnovato pensiero critico situato e militante, di parole che non si svuotino e non vacillino al contatto con la realtà ma che hanno, mediante la nostra traduzione operativa e sempre aperta, l’ambizione di migliorarla, a volte cambiarla, spesso renderla più universalmente democratica, ossia pienamente accogliente per tutt*, senza alcune esclusione. Chi viene dal mare, dalla guerra o dalla povertà ci abita accanto e questo insegnamento, sintesi di una esperienza meravigliosa, deve diventare pratica quotidiana, azione ribelle, sempre collettiva e nonviolenta. Deve farci dormire con le porte aperte, perché di speranza e di città solidali abbiamo urgente bisogno.

Marco Omizzolo – Sociologo Eurispes, Presidente dell’Associazione Tempi Moderni

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