Negli ultimi mesi mi sono resa conto che sempre più spesso accendo la TV accompagnata da un senso di inquietudine, per comprendere in quale direzione stiamo andando e non faccio altro che sentire le seguenti frasi: “la guerra risolverà“, “la pace si ottiene solo con la forza”, “contano solo i giochi di potere”, “c’è il concreto rischio di una crisi globale”.
E puntualmente spengo, non per paura, ma per sconforto e per indignazione e mi pongo una domanda legittima: cosa stanno ereditando i nostri bambini? Quale messaggio sta arrivando ai nostri giovani? È un dato di fatto, non facciamo in tempo a uscire da una crisi che subito entriamo in un’altra. Dal COVID alla guerra in Ucraina, al conflitto in Medioriente. Oggi più che mai avvertiamo che il conflitto è ovunque ed è trasversale (in famiglia, al lavoro, nei gruppi, sui social) e diviene poi di magnitudo emotiva fortissima in presenza dell’uso spropositato della violenza e delle armi.
Oggi agli albori di un potenziale conflitto mondiale, notiamo come i toni di molti leader politici diventano sempre più aggressivi, e sappiamo bene che l’aggressività verbale rappresenta terreno fertile per quella fisica. All’interno del tessuto sociale si diffondono sempre di più trepidazione e sgomento. Questa condizione diminuisce le prospettive della società, ne destabilizza le strutture a partire da quella centrale della famiglia, luogo in cui si formano le personalità individuali.
Ed è risaputo che quando la società vive periodi di transizione, conflitti e rotture si manifestano, tutte le più grandi difficoltà della psiche umana e gli indici sulla salute mentale crollano. Oggi stiamo crescendo una generazione che respira ansia e precarietà, che sente parlare più di guerra che di amore e che si sta convincendo che del futuro occorre avere paura piuttosto che entusiasmo. La speranza per il futuro è sostituita dal timore, dalla chiusura e dall’inevitabile abbassamento di impegno e investimento personale verso di questo. I giovani lo vedono sempre più come instabile e minaccioso, mentre noi diciamo loro di costruire e di continuare a sognare. In questa ambivalenza molti si disorientano.
Accompagnarli in questo delicato processo diventa complicato. A noi adulti spetta il non facile compito di indicare una direzione, alimentare speranza e, nel contempo, senso di responsabilità, diffondendo la consapevolezza che la paura paralizza la crescita e la precarietà blocca la progettualità. I giovani non vanno rassicurati.
Vanno istruiti. Vanno guidati con autorevolezza e presenza costante.
Dott.ssa Alessandra Transtevere – Psicologa Psicoterapeuta
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