Su una collina, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, ha messo radici un sogno dall’inizio degli anni Settanta. Un villaggio dal nome in ebraico e in arabo: Neve Shalom Wahat al-Salam. Ossia: “Oasi di pace”. Una comunità intenzionale di famiglie (l’unica, in Israele), metà ebree e metà palestinesi, tutte di cittadinanza israeliana, che hanno scelto di abitare e far studiare i propri figli insieme, dando vita a un modello concreto di coesistenza alla pari.
Il villaggio fu fondato nel 1972 dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo divenuto cristiano, costruttore di ponti tra religioni, culture e tradizioni diverse. Accettazione reciproca, bilinguismo (pari dignità viene data a entrambe le lingue, ebraico e arabo), dialogo interreligioso, rispetto durante la vita di tutti i giorni sono i “pilastri” che fondano la vita del villaggio.
Una realtà profetica che ci fa guardare alla possibilità di un mondo diverso e di un tempo “altro” rispetto a quello che stiamo vivendo; una piccola ma significativa realtà di luce che splende nelle tenebre di questo nostro tempo, nel quale viviamo, per dirla con le parole di Papa Francesco, una guerra mondiale a pezzi.
Come credenti possiamo permetterci di dire che in questo mondo lacerato da conflitti che mietono migliaia di vittime le religioni non c’entrano per nulla?
Vorremmo poterlo dire ma, purtroppo, le cose stanno diversamente. Troppo facilmente diamo per scontato che le Religioni siano automaticamente dei vettori di pace. Affermiamo che Dio, essendo padre di tutti, non può benedire nessuna guerra, sicché le religioni possono essere automaticamente riconosciute come foriere di pace perché preparerebbero alla pace, al rispetto degli altri e addirittura all’amore del prossimo. Sul piano storico questa affermazione va sicuramente questionata. Provocatoriamente, ma non troppo, possiamo dire che le religioni sono state e sono anche, parzialmente, ideologie di guerra che hanno accompagnato la fondazione di grandi imperi. Le “teologie dell’impero” hanno sempre cercato di giustificare e dare delle ragioni accettabili per dominare e hanno anche fornito agli individui ragioni per dare la vita in nome di una causa e di un progetto politico fino addirittura al martirio. Dunque le religioni sono spesso state detonatrici di una violenza ancora più forte perché giustificata addirittura da Dio.
Come credenti dobbiamo chiederci se possiamo assolvere le nostre confessioni religiose dalla responsabilità di aver predicato l’odio per l’altro, di aver predicato crociate e benedetto guerre dichiarate sante nel nome di Dio.
Certo le religioni parlano di pace ma questo non le rende automaticamente vie di pace. Le religioni potrebbero essere vie di pace ma solo se in un cammino di conversione si liberano dalle logiche che molto spesso le hanno condizionate. I conflitti che sono più al centro dell’attenzione mediatica, quello russo ucraino e quello israelo-palestinese sono rivelativi. Evidenziano certamente un fallimento della politica ma rivelano al tempo stesso che le religioni non sembrano reggere gli urti della storia.
Il cristianesimo europeo non fa eccezione in questo panorama e si rivela anche ai giorni nostri affetto da un cancro spaventoso che va sotto il nome di nazionalismo.
Una Chiesa che perde la coscienza di essere “cattolica”, cioè universale, e diventa una chiesa nazionalista è una chiesa perduta. Le Chiese che appoggiano ad occhi chiusi le scelte dei propri governi, come è successo in Russia, non servono a Dio ed al Suo Regno.
Ci vuole uno sforzo di disarmo teologico. In questo senso le primissime parole del neoeletto papa Leone XIV suonano davvero profetiche e tracciano una via in cui il discorso della pace e della non violenza diventa il cuore della riforma del pensiero religioso, perché ridefinirebbe cosa sia davvero la religione e quale sia la sua funzione autentica nella società e nella storia. Una via aperta già da Francesco e da tanti uomini e donne che da diversi mondi religiosi hanno cercato di costruire ponti e non muri; basti pensare al 27 ottobre 1986, quando Giovanni Paolo II convocò la giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, alla carta ecumenica del 2001, o al documento di Abu Dhabi del 2019 sulla fratellanza umana.
Dunque l’unica possibile pista per uscire da queste situazioni è che le chiese diventino laboratori di educazione alla pace e cellule della non violenza e che ogni popolo, come scrisse il Cardinal Martini nel 2003, guardi il dolore dell’altro. Solo allora la pace sarà vicina.
Don Alessandro Nicastro – Delegato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo
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