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Nel progetto Mare Narrante, la comunità in un moto generativo, si mette al servizio della comunità stessa e lo fa avvalendosi anche di professionisti e di esperti. Tra questi spicca il nome di Rocco Del Franco Perez, in arte Testa di Latta impegnato fin dall’inizio ad insegnare ai ragazzi la bellezza che si cela dietro la possibilità di utilizzare i rifiuti per rigenerare uno spazio attraverso l’arte. Ci tuffiamo nelle sue parole per capire meglio di cosa si occupa e come la sua onda creativa rappresenti un pescato importante per la zona marina del capoluogo.

Come nasce il tuo percorso artistico e quando hai iniziato a lavorare con materiali di recupero come lattine e plastica?
Il mio percorso artistico nasce fin da quando ero bambino. Ho sempre avuto una forte vena creativa che si è espressa in forme diverse: ho sperimentato la pittura, il disegno e successivamente ho scoperto le bombolette spray, avvicinandomi così al mondo dei graffiti e alle diverse tecniche della street art. Dopo alcuni anni ho riscoperto questa parte di me attraverso il progetto Testa di Latta, nato dal desiderio di creare utilizzando materiali che normalmente vengono considerati scarti. Ho iniziato lavorando con lattine, barattoli e contenitori, per poi ampliare la ricerca verso qualsiasi tipo di materiale di recupero, soprattutto quelli che spesso vengono abbandonati nell’ambiente. Il progetto nasce quindi dalla volontà di trasformare ciò che viene considerato inutile in qualcosa di nuovo, dando una seconda vita agli oggetti attraverso la creatività.

Il riuso dei materiali è centrale nel tuo lavoro: è una scelta estetica, etica o entrambe?
In realtà il riutilizzo dei materiali non è l’unico elemento centrale del mio lavoro, perché il mio percorso artistico si sviluppa attraverso diversi linguaggi. Mi piace pensarmi come una persona con tanti alter ego creativi: da una parte ci sono i lavori più concettuali realizzati attraverso la pittura su tela, dall’altra ci sono le opere legate al progetto Testa di Latta, dove il materiale di scarto diventa il protagonista. L’utilizzo di questi materiali nasce prima di tutto da una passione personale che mi porto dietro fin da piccolo. Ho sempre avuto l’abitudine di conservare oggetti particolari, elementi che spesso vengono considerati rifiuti, ma che per me hanno sempre avuto un valore per il loro colore, la loro forma e per il potenziale creativo che nascondono. Con Testa di Latta cerco proprio di trasformare ciò che incontro, come se i materiali fossero dei pezzi di Lego con cui costruire nuove forme. È un processo molto legato al gioco e alla scoperta: un colore, una forma o un dettaglio di un oggetto possono suggerirmi un’idea che poi cerco di concretizzare. Allo stesso tempo c’è anche una componente estetica: trovo che alcuni oggetti, soprattutto lattine e contenitori, abbiano un design molto interessante, quasi futuristico. Paradossalmente, però, questi stessi oggetti sono anche simbolo di una delle grandi problematiche del nostro tempo, ovvero la dispersione dei rifiuti nell’ambiente. Il valore etico e il messaggio ambientale arrivano quindi successivamente, attraverso l’opera e attraverso ciò che le persone scelgono di vedere e interpretare. Per me, alla base, rimane soprattutto il desiderio di trasformare e dare nuova vita alle cose

In che modo l’arte può contribuire concretamente alla sensibilizzazione ambientale?
Credo che l’arte possa contribuire alla sensibilizzazione ambientale soprattutto quando il messaggio è chiaro e quando l’opera nasce con l’obiettivo preciso di raccontare una determinata problematica. In questi casi può sicuramente avere un impatto sulle persone, soprattutto se il concetto è comprensibile e accessibile a tutti. Allo stesso tempo, però, penso che non basti semplicemente utilizzare dei materiali di scarto per creare un’opera affinché questa diventi automaticamente uno strumento di sensibilizzazione. Spesso il primo impatto è sicuramente estetico: vedere una grande quantità di materiali recuperati trasformarsi in qualcosa di nuovo può essere molto suggestivo e può far riflettere l’osservatore sulla quantità di rifiuti che produciamo e sulla loro presenza invasiva nell’ambiente. Però, affinché questo diventi realmente un momento di consapevolezza, credo sia importante accompagnare l’opera con un percorso di approfondimento, come una raccolta di materiali, un evento o un’attività che permetta alle persone di capire da dove arrivano quegli oggetti, perché sono stati scelti e quale problematica rappresentano. Altrimenti il rischio è che l’opera venga percepita solamente come qualcosa di bello o curioso realizzato con materiali di recupero, senza riuscire realmente a trasmettere un messaggio più profondo. L’arte può quindi essere un punto di partenza per sensibilizzare, ma spesso ha bisogno di essere inserita all’interno di un contesto più ampio di comunicazione e partecipazione.

Entriamo un po’ più nel tema che culturalmente è alla base del progetto Mare Narrante. Cosa rappresenta il mare nel contesto del tuo intervento a Catanzaro Lido?
Il mio intervento a Catanzaro Lido nasce con l’obiettivo di raccontare il legame profondo con il mare di questo territorio e allo stesso tempo di creare un momento di sensibilizzazione rivolto soprattutto alla comunità locale. Il mare di Catanzaro Lido rappresenta una grande ricchezza: un ambiente bellissimo e ancora oggi prezioso, che però rischia di perdere questa condizione a causa dell’inquinamento e della presenza sempre maggiore di rifiuti. Ogni anno, infatti, sulle spiagge della zona e nei pressi della foce del fiume Corace vengono ritrovate grandi quantità di materiali abbandonati, spesso trasportati dalle forti mareggiate invernali. Proprio da questa problematica nasce un aspetto fondamentale del progetto: grazie alla collaborazione con Fondazione Città Solidale, proponente del progetto, che ha reso possibile l’intervento, è stata organizzata una raccolta dei rifiuti sulla spiaggia e questi materiali verranno poi utilizzati per la realizzazione del murales. Questo rende l’opera qualcosa di più di un semplice intervento estetico: ogni oggetto raccolto, ogni piccolo contributo dato dalle persone che hanno partecipato alla pulizia della spiaggia, diventerà parte integrante del lavoro. In questo modo l’opera acquisisce un valore collettivo, perché porta con sé la storia del luogo, il lavoro della comunità e un legame diretto con il mare che vuole raccontare.

Il mare oggi è simbolo di bellezza ma anche di crisi ambientale: come si riflette questo dualismo nel tuo lavoro?
Questo dualismo si riflette soprattutto nel modo in cui i materiali che utilizzo vengono trasformati per rappresentare il mare. Nei miei murales, ogni singolo elemento di scarto viene incastrato insieme agli altri fino a diventare parte integrante dell’immagine stessa, quasi come se quei materiali fossero ormai diventati il mare. Attraverso le mie opere cerco di raccontare una riflessione più ampia: il rischio che l’umanità finisca per diventare il proprio stesso rifiuto, arrivando a sostituire progressivamente l’ambiente naturale con ciò che produce e abbandona. È un concetto sicuramente portato all’estremo, ma serve proprio a far comprendere una possibile conseguenza delle nostre azioni. Un esempio che rappresenta molto bene questa idea è il film WALL-E, dove la Terra diventa un luogo ormai compromesso dalla quantità di rifiuti prodotti dall’uomo, fino a diventare quasi impossibile da abitare. È una visione estremizzata, ma utile per riflettere sul rapporto che abbiamo con il pianeta. Per questo motivo, rappresentare un’onda del mare attraverso lattine, barattoli e materiali di scarto crea una sorta di contrasto: da una parte c’è la bellezza e la fluidità della natura, dall’altra c’è la presenza ingombrante dell’essere umano e dei suoi consumi. Credo inoltre che il fatto stesso di utilizzare i rifiuti come linguaggio artistico racconti molto del periodo storico che stiamo vivendo. In passato sarebbe stato quasi impensabile comunicare attraverso questi materiali, mentre oggi il loro riutilizzo creativo è diventato una forma espressiva sempre più presente. Le opere diventano quindi anche una testimonianza del nostro tempo, un modo per raccontare alle generazioni future il rapporto complesso che abbiamo avuto con il pianeta e con ciò che abbiamo prodotto.

Puoi anticiparci il concept del murales che realizzerai per Mare Narrante?
In realtà non ho ancora sviluppato un progetto definitivo, perché il mio processo creativo è molto legato al luogo in cui realizzo un’opera. Sono una persona che tende a lasciarsi guidare molto dall’ispirazione del momento: anche se parto con un’idea iniziale, ho bisogno di recarmi sul posto, osservare lo spazio, percepire l’atmosfera e capire cosa quel luogo mi suggerisce. Sicuramente il mare sarà l’elemento centrale dell’intervento, in particolare attraverso la rappresentazione delle sue onde, che saranno il fulcro visivo dell’opera. Vorrei però creare un collegamento anche con la storia e l’identità del territorio, inserendo un riferimento artistico alla Tonnina, la torre presente anche nel logo di Mare Narrante. L’obiettivo è quindi creare un’unione tra passato e presente: raccontare la memoria e la storia del luogo attraverso un linguaggio contemporaneo, mettendo in dialogo il patrimonio del territorio con la mia ricerca artistica.

Mare Narrante è anche rigenerazione urbana. Che ruolo può avere l’arte nella rigenerazione di spazi urbani, soprattutto in contesti periferici o costieri?
Credo che l’arte urbana stia vivendo un momento molto importante, soprattutto perché negli ultimi anni è diventata sempre più protagonista nei processi di rigenerazione degli spazi pubblici. Fortunatamente viviamo in un periodo storico in cui tanti territori, anche nel Sud Italia, stanno investendo sempre di più nella street art e nelle produzioni artistiche urbane come strumenti per valorizzare luoghi spesso dimenticati. L’arte in questi contesti può avere diverse funzioni: innanzitutto quella di abbellire gli spazi e renderli più attrattivi, ma anche quella di creare nuove occasioni di incontro, scambio culturale e partecipazione. Quando un artista arriva in un territorio per realizzare un’opera, non porta solamente il proprio linguaggio artistico, ma entra in relazione con il luogo, con le persone e con la cultura locale. Si crea quindi uno scambio reciproco: l’artista si arricchisce attraverso il territorio che lo ospita e la comunità entra in contatto con una visione nuova.Trovo molto significativo anche il fatto che l’arte urbana riesca a coinvolgere persone che magari non si sono mai avvicinate a questo mondo. Il semplice fatto che termini come “street art” possano entrare nel linguaggio quotidiano di persone che prima non li avevano mai utilizzati rappresenta già un grande risultato. Nei contesti costieri, inoltre, l’arte può assumere anche una funzione di sensibilizzazione, diventando uno strumento per raccontare problematiche importanti come la tutela del mare e la gestione responsabile dei rifiuti. In questo modo lo spazio pubblico non viene solo trasformato esteticamente, ma diventa anche un luogo di riflessione e consapevolezza collettiva.

Quanto è importante per te il coinvolgimento della comunità locale nei tuoi progetti? Ti è mai capitato che le persone del territorio contribuiscano direttamente alla creazione delle tue opere?
Il coinvolgimento della comunità locale è un aspetto molto importante, soprattutto quando si parla di interventi come i murales. Credo che il valore dell’opera aumenti enormemente quando le persone del territorio possono riconoscersi al suo interno. Per esempio, nel caso di una raccolta di materiali, è molto bello pensare che una persona possa ritrovare nel murale un oggetto che ha contribuito a recuperare: quel materiale non è più semplicemente un rifiuto, ma diventa parte di qualcosa di più grande. In quel momento l’opera smette di essere soltanto il mio lavoro e diventa un’opera condivisa, quasi il murale di tutta la comunità. Questo tipo di partecipazione crea anche un senso di appartenenza e di tutela nei confronti dell’opera stessa. Se qualcuno dovesse danneggiarla o vandalizzarla, tutte le persone che hanno contribuito alla sua realizzazione potrebbero sentirsi coinvolte e colpite, proprio perché una parte della loro storia e del loro impegno è presente in quel lavoro. Per questo motivo non vivo questi interventi come semplici commissioni o come progetti personali, ma come vere e proprie missioni condivise, dove l’opera nasce dall’incontro tra il mio linguaggio artistico e il contributo delle persone che abitano quel luogo.

Pensi che l’arte pubblica possa influenzare comportamenti quotidiani più sostenibili?
Credo che l’arte pubblica possa influenzare i comportamenti delle persone, ma dipende molto dal modo in cui viene costruito il messaggio. Come dicevo anche in precedenza, se un’opera nasce con l’obiettivo specifico di sensibilizzare su una determinata tematica ambientale, probabilmente riesce a comunicare in maniera più diretta e consapevole. Nel mio caso, però, penso che sia soprattutto la dimensione dell’opera ad avere un forte impatto. Vedere un muro di grandi dimensioni completamente ricoperto di lattine e materiali di scarto può creare quasi uno shock visivo: rende immediatamente percepibile la quantità enorme di rifiuti che produciamo e quanto questo problema possa essere invasivo. L’idea è che questa immagine rimanga nella memoria delle persone. Magari, dopo aver visto un’opera del genere, un bambino, un adulto o un anziano, trovandosi davanti a un rifiuto abbandonato per terra, possa ripensare a quel murale e scegliere di raccoglierlo, smaltirlo correttamente o magari provare a dargli una nuova funzione. La cosa interessante dei materiali di scarto è proprio il loro potenziale: possono essere trasformati e assumere nuovi significati. Se una lattina può diventare un’opera d’arte, allora forse anche altri oggetti che consideriamo inutili possono avere una seconda possibilità, non necessariamente artistica, ma comunque utile e creativa. In questo senso credo che l’arte possa influenzare i comportamenti quotidiani non imponendo una regola, ma cambiando il modo in cui guardiamo le cose che ci circondano.

C’è un momento nel processo creativo che consideri particolarmente importante o “magico”?
Per quanto riguarda le opere realizzate con materiali di scarto, quindi legate al progetto Testa di Latta, il momento più importante e più emozionante è quello in cui riesco a rendermi conto che la struttura che sto creando funziona, che ha una sua logica e che piano piano inizia a piacermi sempre di più. È una tecnica che ho sviluppato personalmente e che ho iniziato a sperimentare con il mio primo murale realizzato l’anno scorso. Per arrivare a darle una forma precisa e a comprenderne davvero il funzionamento ho dovuto fare molta ricerca, sperimentare, sbagliare e anche sprecare molti materiali prima di trovare il giusto equilibrio. Il momento “magico” arriva quando l’idea iniziale, che all’inizio può sembrare solamente un insieme caotico di elementi, improvvisamente inizia a prendere forma. È come se l’opera cominciasse a costruirsi quasi autonomamente, come se non fossi più soltanto io a guidarla, ma fosse lei stessa a suggerirmi la direzione da seguire. Da quel momento cambia anche il mio approccio: acquisisco più sicurezza, mi rilasso e riesco a vivere il processo creativo con maggiore libertà, lasciandomi guidare dalla forma che sta nascendo.

Che messaggio vorresti lasciare ai giovani rispetto al rapporto tra creatività e ambiente?
Il messaggio che cerco di trasmettere da sempre è quello di non avere paura di essere anticonvenzionali, di non sentirsi obbligati a seguire schemi già stabiliti o canoni creativi definiti. Credo sia importante seguire la propria sensibilità, ascoltare le proprie idee e avere il coraggio di sperimentare, anche attraverso materiali e strumenti che normalmente non vengono considerati artistici. Viviamo in un’epoca caratterizzata dal consumismo, dove la produzione di rifiuti rappresenta sicuramente un grande problema, ma allo stesso tempo credo che questi materiali possano diventare anche una straordinaria opportunità di ricerca, creatività e trasformazione. Il mondo che ci circonda è pieno di possibilità: basta cambiare il modo in cui guardiamo le cose. Per me questo processo ha avuto anche un valore personale e quasi terapeutico. Attraverso il lavoro con i materiali di scarto ho imparato a trasformare anche aspetti della mia esperienza che consideravo negativi, proprio come si fa con un rifiuto: qualcosa che inizialmente vorresti eliminare può invece diventare un’occasione di crescita, consapevolezza e cambiamento. Vorrei quindi lasciare ai giovani l’idea che rompere gli schemi e mettere in discussione ciò che sembra inutile può aprire un enorme spazio di possibilità. La creatività nasce proprio dalla capacità di guardare la materia, gli oggetti e anche le proprie esperienze da una prospettiva diversa, scoprendo nuove forme e nuovi significati.

Rocco Del Franco Perez, in arte Testa di Latta

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